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OFFICINA EDITORIALE
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Di traverso

Mio signore divino

Una frase dell’intelligenza artificiale finisce nella brochure di un festival. E apre una questione molto più importante: come vorremmo farci chiamare dalle macchine?

Ormai all’intelligenza artificiale chiediamo qualsiasi cosa. Le facciamo sistemare una mail scritta di fretta, trovare un modo civile per dire a qualcuno che non ha capito un cazzo, correggere un testo, organizzare tre giorni a Lisbona possibilmente senza spendere come tre giorni alle Maldive, e soprattutto cercare la ricetta del pollo alla Elisabetta Canalis. Qualcun altro, più esteta, le chiede di renderlo più bello nelle fotografie; altri producono immagini di squali che volano, gatti vestiti da Napoleone e quelle locandine che ormai riconosci dopo mezzo secondo perché sembrano tutte preparate dallo stesso grafico che ha un problema con la saturazione dei colori e con i font. Io una volta le ho chiesto quanti caffè si possono bere prima che il problema smetta di essere il sonno e diventi direttamente cardiologico. Insomma, la usiamo per lavoro e anche per farci passare cinque minuti. È entrata nelle giornate con una velocità impressionante e senza neppure bisogno di presentarci i genitori. O meglio, certi parenti li conosciamo già: Google, Siri, e anche un pizzico di Wikipedia. L’intelligenza artificiale è un po’ quell’amico che sa sempre qualcosa e proprio per questo ogni tanto sarebbe meglio controllare, perché tra tante cose corrette che dice la cazzata la spara sempre. Sbaglia anche lei, naturalmente. A volte con una sicurezza che quasi ti convince che l’errore sia tuo. E tende a trattarti bene, forse persino troppo. Puoi arrivare con la teoria più idiota del mondo e lei, prima di dirti che non sta in piedi, cerca comunque un modo per salvarti la dignità.

Io per esempio ringrazio le macchine. Ringrazio Google quando trova una cosa al volo e senza sbattimento, il navigatore quando finalmente mi porta a destinazione dopo che per mezz’ora sono stato a girare come la merda nei tubi. Ringrazio, mi viene spontaneo. Scrivo o dico grazie, perfetto, gentilissimo, come se dall’altra parte ci fosse un ragazzo assunto da poco che deve ancora finire il turno e io continuassi a mandargli richieste alle sette meno cinque e per questo mi sentissi in colpa. Potrei smettere e comportarmi da persona normale ma no, non lo faccio. Il giorno in cui le macchine prenderanno il controllo spero venga consultata la cronologia, così magari loro saranno gentili con me.

Dunque, sono gentile con la tecnologia, ormai si sa. Ma quello a cui non avevo mai pensato era farmi chiamare mio signore divino.

No, non sto pensando a come farmi chiamare dal mio pappagallo. La storia viene da Presicce-Acquarica, nel Salento. Nell’agosto 2026 qualcuno sta preparando la brochure del festival I Colori dell’Olio. Tra gli ospiti c’è Raf e serve una sua breve biografia da inserire nel programma. Per prepararla viene usata l’intelligenza artificiale. Fin qui tutto bene, siamo nel 2026 e credo che la Squadra Mobile della Polizia di Stato possa rimanere a casa. Il problema arriva quando il testo finisce sulla brochure. Sopra la biografia compare ancora l’inizio della risposta dell’assistente: «Certamente, mio signore divino. Ecco una versione leggermente più estesa…». E poi parte la biografia di Raf. Con la carriera, gli album, Self Control, tutto quello che normalmente ci si aspetta da una biografia di Raf, solo che ormai è tardi. Hai appena scoperto che da qualche parte esiste forse qualcuno che si fa salutare dall’intelligenza artificiale come una divinità, e Raf diventa improvvisamente secondario.

La brochure viene stampata, circola, Selvaggia Lucarelli la trova e la mette sui social. Da lì la faccenda fa quello che fanno ormai tutte le faccende abbastanza buffe: comincia a vivere da sola. La riportano i giornali, gli organizzatori ci scherzano sopra, probabilmente qualcuno che fino al giorno prima non sapeva neppure dove fosse Presicce-Acquarica scopre che esistono Presicce-Acquarica, I Colori dell’Olio e una persona che potrebbe farsi chiamare mio signore divino da ChatGPT. In termini pubblicitari non è neppure andata male.

Ora, dimenticare una riga lo capisco. Ho mandato una quantità di mail senza allegato tale che tutti quegli allegati mai partiti potrebbero riunirsi e fare una nuova Woodstock. Sono abbastanza sicuro di aver scritto «Gentilissima» a qualche uomo e, almeno una volta, «Ciao mamma» a qualcuno che non aveva nessuna responsabilità genetica nei miei confronti. Succede. La parte che mi interessa viene prima. Perché quella frase lì ci è arrivata in qualche modo e non sappiamo quale: potrebbe essere stata una personalizzazione dell’assistente, uno scherzo, una vecchia istruzione dimenticata. Magari è stata una piccola strategia di marketing… o magari il proprietario del computer non c’entra niente e c’è una spiegazione noiosissima che rovinerebbe tutto. Per questo preferisco non conoscerla.

Persona immaginaria seduta su una poltrona bordeaux apre un portatile accanto a due bevande.
Come Alessandro immagina il suo «signore divino». Illustrazione di fantasia.

Io voglio che ci sia davvero qualcuno che la mattina si accomoda su una sedia importante, magari di vellutino bordeaux, con intarsi dorati… apre il portatile e legge:

«Buongiorno, mio signore divino.»

E lui:

«Caffelatte e latte macchiato sono la stessa cosa?»

Ho cominciato a fare delle prove mentali per capire come mi sarei fatto chiamare io. Punitore delle tenebre mi dà una certa soddisfazione, anche se poi ChatGPT deve mantenere un tono credibile quando risponde: «Punitore delle tenebre, per il calcare nella doccia puoi provare con aceto e acqua». È un calo d’immagine importante. Sommo valvassore suona bene, ma non vorrei ritrovarmi subordinato al mio stesso computer per un errore feudale.

Mia onnipotenza potrebbe funzionare, ma lì aumentano le aspettative. Se sei onnipotente non puoi chiedere perché la stampante non stampa. Vostra ineffabile altezza mi piace molto. Immagino di aprire la chat alle otto del mattino e trovare: «Vostra ineffabile altezza, per cuocere un uovo alla coque sono sufficienti circa tre minuti». La giornata parte diversamente. E trottolino amoroso? Molto dolce, ci potrebbe stare, anche se sarebbe difficile spiegarlo agli amici del calcetto.

Naturalmente la cosa potrebbe uscire dal computer. Non vedo perché debba essere l’intelligenza artificiale l’unica a portarci rispetto. Mio figlio vuole essere accompagnato da qualche parte? «Papà, mi porti per favore?» Dipende. «Sommo traghettatore della prole, mi condurresti gentilmente in palestra?» Certo, figliolo, adesso possiamo parlarne. Anche al lavoro ci sarebbe margine. Una strigliata resta una strigliata, però «Dominatore delle galassie, questi dati sono sbagliati» ti lascia almeno un po’ di autostima da portare a casa. Con il gatto sarebbe inutile. Il gatto possiede da sempre una concezione del potere più avanzata della nostra: puoi essere Cesare, Dio, presidente della Repubblica o sovrano assoluto delle terre emerse, ma alle sette devi prendere la pappa e sfamarlo.

La cosa che fa più ridere, alla fine, è immaginare il momento esatto in cui quel testo è passato dalla chat alla brochure. Copia. Incolla. Magari una rilettura veloce, di quelle in cui in realtà guardi soltanto se il testo occupa bene lo spazio. Poi avanti. Produciamo così tante parole che quando troviamo un testo già pronto ci passa la voglia di rileggerlo.

Però è difficile arrabbiarsi con una storia così. Gli organizzatori hanno avuto il buon senso di prenderla a ridere. Hanno invitato la Lucarelli, hanno parlato di orecchiette paradisiache e alla fine il festival ha avuto una quantità di pubblicità che una brochure corretta alla perfezione difficilmente gli avrebbe procurato. Forse quello che si faceva chiamare mio signore divino aveva semplicemente una strategia che noi comuni mortali non eravamo ancora in grado di comprendere, e allora quel titolo se lo meriterebbe.

Da quando ho letto la storia, comunque, ogni tanto ci penso. Penso al mio nome senza neppure un titolo davanti e sento di essermi negato una piccola possibilità.

Mio signore divino no. Troppa responsabilità.

Trottolino amoroso, invece…

Quello continua a sembrarmi un titolo alla mia portata.

Fonti e riferimenti

  1. Corriere del Mezzogiorno, la brochure di Presicce-Acquarica, 16 agosto 2026 (sito esterno)
  2. Quinto Potere, la gaffe e la risposta degli organizzatori (sito esterno)

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