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OFFICINA EDITORIALE
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Racconti

ASAP

Una mail piena di quick check, pipeline e ASAP. Chiedere semplicemente che cosa bisogna fare diventa la parte più difficile.

La prima mail arriva alle nove e tredici e io sono ancora alla seconda moka, che non è una cosa di cui vado fiero ma neanche una che nasconderei in tribunale, se ci fosse un tribunale delle cause perse e se un giudice mi chiedesse Lei beve due caffè prima delle nove e un quarto? direi Sì, vostro onore, e aggiungerei che qualche volta sono tre e che la vita va affrontata con gli strumenti che uno ha a disposizione, c’è chi medita, chi corre all’alba, chi legge Seneca, chi guarda Temptation Island e chi si inietterebbe la caffeina in vena se fosse necessario. Apro Outlook, vedo il nome di Marco Zarrini e per qualche secondo non capisco chi cazzo sia. Marco Zarrini. Potrebbe essere un assicuratore o uno a cui devo dei soldi, che poi sono la stessa cosa; o magari un compagno delle medie che vende depuratori d’acqua o Folletto, che in realtà me ne servirebbe uno perché quello vecchio ha deciso di abbandonare questa vita terrena però non si può, sono alla canna del gas, sto aspettando lo stipendio perfino per fare la spesa, quindi per ora scopa e paletta e olio di gomito.

Poi vedo sotto SEDE MILANO e mi ricordo. L’ho visto una volta. Una sola. Riunione su Meet, quattordici quadratini, tre quarti di telecamere spente, un solo protagonista a parlare. Marco era quello con le cuffiette bianche e lo sfondo sfocato, poteva trovarsi a Milano come in una cantina di Bucarest, dietro di lui si vedeva soltanto una pianta che secondo me era finta e un pezzo di libreria con tre libri messi in verticale e uno leggermente di sbieco, perché evidentemente quando lavori a Milano devi dimostrare di saper leggere anche se stai parlando di fatture. Apro.

Ciao,

per allinearci sul progetto avrei bisogno di un quick check sul file condiviso e di un tuo feedback sui task ancora pending. Se riesci facciamo un touchpoint entro EOD così chiudiamo il giro.

Grazie,

Marco

Rileggo. Ho capito, purtroppo, ma rileggo perché voglio essere sicuro che abbia davvero scritto così e che non sia stato il mio cervello a inserire parole a cazzo. Allinearci. Quick check. Feedback. Task. Pending. Touchpoint. EOD. In quattro righe. E per chiedermi di controllare un file prima della fine della giornata. Sono le nove e quattordici e ho già voglia di fondare una milizia e scagliarla addosso a tutti gli abusatori di anglicismi del mondo. Apro il file. Ci sono sette righe, due celle gialle e una data sbagliata. Sistemo la data, compilo le celle, salvo. Tempo impiegato: tre minuti e quarantuno secondi. Se avesse scritto Controlla il file e dimmi se manca qualcosa probabilmente ne avrei impiegati la metà, ma ventuno secondi li ho persi solo per capire che EOD non fosse una nuova malattia venerea. Rispondo.

Ciao Marco,

ho controllato il file e completato le due voci mancanti. Per me ora è a posto.

Se serve altro scrivimi pure.

Grazie.

Invio e torno a quello che stavo facendo, che non ricordo più perché Outlook è fatto così, dovrebbe essere un programma per aiutarti a lavorare ma in realtà è un labirinto costruito per farti dimenticare il motivo per cui avevi acceso il computer, hai una mail, poi arriva una notifica, qualcuno mette una reazione a qualcosa, compare una finestrella in basso a destra e alla fine sono le undici e tu sei lì a chiederti perché hai aperto Excel mentre Excel ti guarda con quella griglia infinita e sembra dirti Cazzi tuoi, amico mio. Alle nove e ventisette Marco risponde.

Ciao,

grazie del feedback. Per avere full visibility sulla pipeline e definire meglio le ownership avrei bisogno di un ulteriore passaggio soprattutto lato forecast. L’obiettivo è capire se possiamo chiudere alcuni quick win prima della delivery e avere un quadro più chiaro delle attività ancora aperte. Ti chiederei quindi di fare un check sulla dashboard, aggiornare i lead dove necessario e segnalarmi eventuali blocker. Poi magari scheduliamo una call veloce per un recap e definiamo i next step.

Se riesci ASAP sarebbe top.

Grazie!

Rimango fermo. Non arrabbiato, ancora no. Forse un po’ sì, possiamo dircelo qui.

Però c’è una fase prima della rabbia in cui la tua mente prova semplicemente a proteggerti. È una mamma chioccia, l’amigdala.

Full visibility sulla pipeline. Ownership. Forecast. Quick win. Delivery. Dashboard. Lead. Blocker. Call. Recap. Next step. ASAP. Top. Cristo santo, sembra che LinkedIn abbia vomitato dentro una mail. La rileggo dall’inizio e alla terza riga mi sono già perso. Cos’è che devo fare? Aggiornare qualcosa? Chiamare qualcuno? Attaccare la Polonia? Pipeline mi fa venire in mente un oleodotto, e infatti potrebbe essere quello, magari la sede di Milano ha cominciato a commerciare greggio e nessuno ci ha informati. Ownership invece mi tranquillizza poco. Ownership vuol dire proprietà, credo, quindi magari Marco vuole intestarmi la dashboard e domani mi arriva l’IMU da pagare. Forecast sarebbe previsione, e va bene, facciamo le previsioni. Mi affaccio alla finestra: nuvoloso con possibilità di rottura di coglioni nel primo pomeriggio. Quick win. Vittoria veloce. Contro chi? Abbiamo conquistato qualcosa? C’è una classifica? Se aggiorno tre lead prendiamo sei punti e sorpassiamo il Sassuolo? Magari venerdì viene Mattarella, stringe la mano a quello col forecast migliore e parte l’inno. Tutti in piedi e mano sul cuore, ragazzi, andiamo a Berlino!

Delivery. Consegna. Abbiamo i corrieri, usiamo quelli. Mettiamo la dashboard dentro uno zaino di Glovo e facciamola recapitare a Marco, possibilmente fredda così si lamenta con l’assistenza e per un po’ non rompe i coglioni a me. Poi arrivo a blocker e qui mi fermo. Eventuali blocker. Quindi gli ostacoli? Immagino di sì, perché ostacolo evidentemente è una parola troppo povera, troppo mediterranea, sa di sugo, limoni, baffi neri, mandolino. Blocker invece fattura. Blocker ha una R alla fine e quando una parola ha una R alla fine puoi chiedere almeno ottocento euro al giorno di consulenza e sentirti superiore agli altri. Mi immagino Marco entrare in ufficio la mattina, cappottino color cammello, sneakers bianche, bicchiere di cartone col caffè lungo perché fa figo, si vede nei film americani, però nessuno ti ha mai detto che sa di acqua sporca e di tristezza; insomma Marco entra e dice Ragazzi, abbiamo un blocker sul forecast della pipeline e tutti annuiscono. Nessuno ha capito niente, neanche lui, ma si annuisce perché in azienda sopravvive chi annuisce al momento giusto, Darwin questa parte non l’aveva approfondita abbastanza ma posso assicurarvelo io, fidatevi di me insomma. Selezione naturale corporate. Apro la dashboard: non succede niente. Che poi chiamarlo cruscotto operativo o pannello di controllo a quanto pare gli faceva schifo.

Ci sono grafici, numeri, percentuali e una barra blu con scritto PROBABILITÀ DI FORECAST. Ecco. Probabilità di forecast. La probabilità della previsione. Cosa cazzo significa? Se è una previsione è già una cosa che non sai, se poi devi calcolare la probabilità della previsione stiamo facendo astrologia. Tra poco entra Paolo Fox e dice che i Gemelli hanno una pipeline interessante ma devono stare attenti ai blocker sentimentali.

Una dashboard aziendale illustrata come un labirinto di grafici, tubi e simboli astrologici.
Quando anche la probabilità della previsione ha bisogno di una previsione.

Apro un lead a caso. Lead. Cliente potenziale. Possibile cliente. Persona a cui devi vendere qualcosa. Ma lead fa più bello, sa di caccia grossa, sembra che siamo sulle tracce di Pablo Escobar mentre in realtà dobbiamo telefonare a uno di Pavia che ha compilato un modulo alle undici di sera perché non riusciva a dormire.

Cold calling. Pure questa l’ho sentita. Chiamata a freddo. A freddo perché probabilmente a quello dall’altra parte quando vede il numero sconosciuto gli si gela il sangue. Io se mi chiamano mentre sto mangiando e mi dicono Buongiorno, la contatto per una proposta commerciale divento immediatamente un serial killer, altro che lead, altro che conversion, ti converto io al silenzio eterno.

Vedo la faccia di Marco, quadratino numero sette della call, cuffiette, pianta, libreria, quel mezzo sorriso di chi sta aspettando il proprio turno per dire una cosa che poteva benissimo non dire. Almeno così me lo immagino. Magari invece è una brava persona, non fraintendiamoci. Ma questo non migliorerebbe le cose. Se fosse uno stronzo sarebbe semplice, invece magari la sera torna a casa, si mette i pantaloni della tuta, magari senza mutande perché l’elastico stringe, piscia seduto, mangia la frittata e guarda Affari Tuoi come tutti gli altri, poi la mattina entra in ufficio e qualcuno gli pratica un esorcismo al contrario e comincia a parlare come un comunicato stampa della Silicon Valley.

Vorrei scrivergli Marco, ascolta, facciamo una cosa, tu mi dici in italiano cosa cazzo vuoi e io te lo faccio. Non serve schedulare la call, non serve fare il recap dei next step, puoi anche dirmi Chiamati questi tre cristiani, aggiorna quella tabella e dimmi se siamo nella merda. Io capisco, caro Marco. Noi tutti capiamo. È una lingua meravigliosa, la nostra. La usavano Dante e Boccaccio, ma anche mia nonna quando diceva Porta fuori l’immondizia e non c’era bisogno di un kick-off meeting. Mi immagino di andare nella sede di Milano di notte con un pennarello indelebile e cambiare tutti i cartelli. MEETING ROOM diventa SALA RIUNIONI. BREAK AREA diventa MACCHINETTA DEL CAFFÈ. HUMAN RESOURCES diventa QUELLI CHE SANNO QUANTO GUADAGNI. CUSTOMER CARE diventa POVERI CRISTI AL TELEFONO. BUSINESS DEVELOPMENT potrebbe diventare NON LO SAPPIAMO NEANCHE NOI MA SU LINKEDIN SUONA BENE. Entro nella sala riunioni, salgo sul tavolo e comincio a strappare i post-it dai muri mentre quelli delle Risorse Umane cercano di fermarmi e io urlo Si chiamano foglietti adesivi, cazzo, foglietti adesivi! e qualcuno filma tutto col telefono, il video diventa virale, vengo licenziato ma almeno l’Accademia della Crusca mi manda un cesto a Natale e una colomba a Pasqua.

Apro una nuova mail. Scrivo Ciao Marco. Mi fermo. Cancello. Riscrivo Ciao Marco, scusami ma non ho capito un cazzo. Cancello anche quello. Provo una versione più diplomatica: Ciao Marco, potresti indicarmi in concreto quali attività devo svolgere? Questa sarebbe civile, dignitosa, adulta. La guardo per qualche secondo e mi sembra aggressiva. È questo il problema. Quando uno ti scrive full visibility sulla pipeline tu non puoi rispondere cosa devo fare perché improvvisamente quello semplice e stupido sembri tu. Lui ha sedici parole inglesi, tu hai una domanda con soggetto, verbo e complemento e passi per quello che non è abbastanza colto. Guardo ancora la mail e penso che potrei telefonargli, però poi sarebbe una call e gli darei soddisfazione. Ignorarlo neanche, perché c’è ASAP. ASAP è una minaccia vestita da abbreviazione. Se scrivi appena puoi o appena riesci o il prima possibile sembra quasi che tu possa davvero decidere quando, ASAP invece è già partito il cronometro e da qualche parte a Milano Marco guarda un grafico con la mia faccia lampeggiante in rosso. Apro il file, aggiorno tre righe che probabilmente sono quelle che voleva, sposto una data, metto una nota. Cinque minuti. Ho passato ventisette minuti a odiarlo e cinque a fare il lavoro. Questa è la produttività moderna. Torno alla mail e rispondo.

Ciao Marco,

perfetto, grazie. Ho aggiornato dashboard e lead e verificato le attività ancora aperte. Per me possiamo procedere così. Se vuoi domani ci allineiamo rapidamente sui prossimi passaggi.

Buon lavoro.

Rileggo. Ho scritto dashboard. Ho scritto lead. Ho scritto allineiamo. Mi viene un principio di nausea. Sono stato infettato. Il virus è entrato nel cervello, ormai è questione di tempo prima che inizi a dire followami sui social a mia madre. Invio. Passano trenta secondi e compare una notifica sulla chat aziendale. Marco Zarrini. La apro.

Oh scusa se ti scrivo qui. Hai capito cosa ti stavo chiedendo nella seconda mail? Perché l’ho fatta riscrivere con Copilot che il capo vuole un tono più “corporate” e adesso non ci capisco più un cazzo, non so te.

Resto a guardare il messaggio. Mi viene da ridere, ma poco, perché è ancora mattina e non ho ancora preso il terzo caffè per concedermi una vera emozione.

Scrivo.

Nemmeno io.

Tre puntini. Marco sta scrivendo…

Allora facciamo una call?

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