Era già tutto previsto. Anche la trap
Una canzone di Cocciante, un cuscino e una domanda alle tre e mezza: come racconterebbe la stessa storia se oggi avesse venticinque anni?
Non vi sto qui a spiegare che cazzo di voli pindarici e atterraggi fantavolosi faccia la mia mente, perché lì dentro a volte la situazione è più complessa di un concerto dei Wiener Philharmoniker, solo con molta meno disciplina e senso del ritmo. Fatto sta che mi capita di pensare a cose che ai più potrebbero sembrare quantomeno, diciamo… particolari. Per esempio: se un cavallo potesse guidare, comprerebbe una macchina o preferirebbe andare in giro sopra un essere umano? E all’Autogrill prenderebbe un Camogli oppure mangerebbe la siepe del parcheggio e risparmierebbe dodici euro? E come maneggerebbe i contanti? Su questioni del genere posso perdere parecchio tempo senza arrivare quasi mai a una conclusione sensata.
Comunque… l’altra sera torno da una pizzata con due amici, salgo in macchina e parte Era già tutto previsto di Riccardo Cocciante. Ce l’ho nella mia playlist, quindi capita. Quella sera però ero solo e, invece di cantarla come nessuno dovrebbe mai avere il coraggio di fare, mi sono messo ad ascoltarla davvero. Mi ha colpito soprattutto quanto il protagonista sembri convinto di sapere già come andrà a finire. Avevo mangiato dei peperoni, non ricordo se sulla pizza o nel supplì, dettaglio marginale che ci tengo comunque a far presente. Arrivo a casa, dopo varie peripezie e tre Gaviscon riesco ad addormentarmi. Forse sogno che mi tocca rifare il cubo al CAR di Capua, forse che la mia ragazza mi lascia. Non importa. Alle tre e mezza apro gli occhi con una domanda che il mio cervello riteneva importante: e se Riccardo Cocciante avesse venticinque anni oggi e facesse musica trap?
Sembra una cazzata. E infatti inizialmente lo era. Ho immaginato Cocciante con l’autotune, un producer di ventidue anni che gli dice «Riky, qui mi serve una barra», felpa enorme, featuring con qualcuno che ha una K nel nome e Bella senz’anima trasformata in: fra, chi se la incula più / io sono il king, lei non è più la mia queen / fa quello che vuole, tanto io sto bene. Chiaramente non starebbe bene per niente. Avrebbe appena passato quaranta minuti a controllare se lei ha visto la storia pubblicata apposta per farle capire quanto poco gliene freghi, tolto il follow, rimesso il follow e lasciato una sola foto insieme perché cancellarle tutte fa disperato. Mutatis mutandis, la situazione sentimentale non ha fatto enormi progressi. Otello aveva un fazzoletto, noi abbiamo l’ultimo accesso.
Riascoltando il brano, firmato da Cocciante e Marco Luberti, mi sono accorto di quanto quel «previsto» fosse insistente. Sembrava quasi che lui avesse bisogno di ripeterselo per non sentirsi anche preso per il culo, oltre che lasciato. Sa della donna, dell’altro uomo, sa che lei se ne andrà, immagina perfino sé stesso solo in casa. Eppure, quando succede, tutta quella preparazione serve a poco.
C’è poi un dettaglio che al primo ascolto può sfuggire: mentre ballano, lei lo bacia di nascosto dal compagno e gli dice di non amarlo. All’inizio lui è l’uomo con cui lei tradisce; quando viene lasciato, conosce già la situazione dall’altra parte. Anche lo spazio si restringe. All’inizio ci sono un ballo, altre persone, sguardi, frasi. Alla fine, dopo che lei se n’è andata, gli rimangono una casa, un letto e «mi abbraccio il tuo cuscino». Aveva immaginato anche di restare solo, ma non fino a che punto avrebbe fatto male.
Il cuscino, poi, è perfetto proprio perché è un oggetto semplice, ordinario. Cocciante potrebbe finire su una scogliera sotto un temporale; finisce sul letto ad abbracciare un simulacro domestico di qualcuno che non c’è più. Cassandra aveva il dono di prevedere le catastrofi e la condanna di non essere creduta. Mi è venuta in mente perché sapere della propria rovina non basta a evitarla. A Cocciante, con molti meno achei alle porte, rimane il cuscino.
A quel punto la mia traduzione fatta soltanto di bro, king e motherfucker mi è sembrata superficiale. Cocciante sarebbe pur sempre Cocciante. Nel 2026 cambierebbero gli oggetti: lui resterebbe nella stanza col telefono acceso, saprebbe cosa lei pubblica, chi segue, con chi esce. Il cuscino potevi almeno provare a chiuderlo in un armadio. Con il telefono è più complicato: magari lei ha appena pubblicato una foto e a te viene voglia di andare a vedere.
Allora ho provato a immaginare come quel Cocciante venticinquenne racconterebbe la stessa storia in un pezzo trap:
Ti ho tolta dai close, ma ti cerco lo stesso,
tre messaggi cancellati, ci riprovo adesso.
Lui ti porta via, io gli auguro il peggio,
poi dico «sto bene» e lo ripeto allo specchio.
Ho cancellato le foto, ne ho lasciata una apposta,
così sembra distacco e non che ancora mi scotta.
Tu fai notte con lui, io faccio notte col feed,
zero love nella bio, ma ti cerco nei reel.
Agli amici: «Fra, chiusa, non mi cambia la vita»,
poi cambio profilo per vedere se sei uscita.
Ho già detto a mezzo mondo: «Sì, sto meglio così»,
sapevo come finiva, ma tu sei ancora qui.
Digeriti i peperoni, mi sono informato e ho scoperto che stavo facendo il vecchio molto prima di averne il diritto. In due interviste del giugno 2025 Cocciante ha detto di ascoltare rap, hip hop e underground, di trovarci testi bellissimi e di considerare le nuove forme musicali qualcosa da approfondire prima di giudicarle. Quanto ai trapper, dice di comprenderne il disagio pur non capendone sempre testi e musiche. Nella stessa intervista racconta il proprio disagio sociale ed esistenziale da ragazzo. Mentre io cercavo di trasformarlo in trapper, insomma, Cocciante era già meno prevenuto di me.
E dall’altra parte Kid Yugi in Capra a tre Teste tira in mezzo proprio Desdemona e Otello, oltre a Martin Eden. Quindi il rischio concreto, a un certo punto, era che quello venuto impreparato alla festa dei diciottenni fossi io.
Del resto neppure insultarsi in versi, esibire l’ego e parlare di sesso e tradimenti è una trovata di Spotify. Catullo aveva già un discreto curriculum. Dante e Forese Donati si scambiarono sei sonetti accusandosi di miseria, debiti, gola, furti e vigliaccheria, secondo il gusto della poesia comica del tempo. Mancava l’autotune, che nel Duecento immagino fosse difficile da reperire. Una specie di dissing ante litteram, se vogliamo giocare al confronto: tre pezzi ciascuno, e si tiravano dentro pure i parenti.
Era già tutto previsto, intanto, è tornata senza bisogno di trasformarsi in qualcos’altro. Sorrentino l’ha messa in Parthenope, e Cocciante stesso racconta che grazie al film si sono avvicinati alla sua musica anche i giovanissimi. Una canzone del 1975 è così arrivata di nuovo a ragazzi nati decenni dopo. Parlando del film, Sorrentino ha anche detto di non voler fare confronti tra generazioni che finiscono sempre con l’idea che noi fossimo migliori.
Quindi non so se Cocciante oggi farebbe trap. Magari finirebbe in studio con Kid Yugi e ne uscirebbe qualcosa di bellissimo, oppure dopo venti minuti li manderebbe tutti a cagare. Mi piacerebbe sentire cosa verrebbe fuori.
La mia playlist non diventerà trap dopo questa scoperta. Continuerò ad ascoltare soprattutto altra roba, Cocciante compreso. Kid Yugi, però, adesso proverò ad ascoltarlo diversamente e la prossima volta che qualcuno mi dirà che sono tutti bro e autotune avrò abbastanza argomenti da rompergli i coglioni per qualche minuto.
Dante, invece, lo lascerei fuori dalla discussione, che magari gli dici una cosa sull’autotune e lui ti tira dentro tutta la famiglia.
Io penso che non mangerò più peperoni a cena.
Fonti e riferimenti
- Cocciante, intervista al Corriere del Mezzogiorno, 11 giugno 2025 (sito esterno)
- Cocciante, intervista a la Repubblica, 2 giugno 2025 (sito esterno)
- Riccardo Cocciante, Era già tutto previsto: crediti e testo del brano (sito esterno)
- Kid Yugi, Capra a tre Teste: riferimenti a Otello, Desdemona e Martin Eden (sito esterno)
- Eugenio Chiarini, Tenzone con Forese, Enciclopedia Dantesca (sito esterno)
- Paolo Sorrentino, intervista a Vanity Fair su Parthenope, 25 ottobre 2024 (sito esterno)
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