Settantametriquadri di sfortuna
La storia delle Nozze di Cana, da Venezia al Louvre, davanti alla Gioconda.
È stata una brutta giornata. La tua azienda ha fatturato poco e il capo, dopo aver consultato dati, bilanci e probabilmente gli astri, ha stabilito che una parte consistente del problema sei tu. Tuo figlio ha la febbre. La tua squadra ha perso al novantatreesimo con un gol di tacco di uno che non segnava dal 2022. La telenovela turca che guardavi fingendo di non guardarla è stata tolta dal palinsesto. La tua ragazza ti ha lasciato per il tuo migliore amico. Hai bucato una ruota mentre stavi andando a comprare la Tachipirina per il bimbo, apri il baule e il cric non c’è. E non c’è neanche la ruota di scorta. Quella mattina avevi anche battuto il mignolo contro il comodino. Può capitare. Prima di convincerti che l’universo abbia aperto una pratica personale contro di te, però, mettiti seduto, respira e pensa per un momento a Paolo Caliari, detto il Veronese.
Siamo nel 1562. Hai trentaquattro anni e sei già uno dei pittori più richiesti di Venezia. Con il colore hai una confidenza che agli altri richiede anni di studio e forse una certa dose d’invidia. Sai costruire architetture che sembrano proseguire oltre il muro, aprire soffitti lasciandoli tali, mettere decine di persone dentro la stessa scena e fare in modo che ognuna sembri essere arrivata lì per un motivo. Hai lavorato a Palazzo Ducale. Hai decorato la Biblioteca Marciana e per quel lavoro ti hanno premiato con una catena d’oro. Le commissioni arrivano con una certa regolarità. La vita, almeno per il momento, sembra aver deciso di non mettersi di traverso.
Il 6 giugno i benedettini di San Giorgio Maggiore ti chiamano per il nuovo refettorio progettato da Palladio. Vogliono che tu riempia la parete di fondo con un’opera monumentale. E “opera monumentale”, poco dopo, si rivelerà ancora un modo educato di dirlo. Il contratto prevede una tela enorme, il maggior numero di figure possibile e colori della migliore qualità. Per l’oltremare viene specificato che dev’essere quello buono: oltramarin finissimo. Ti riconoscono 324 ducati, che all’epoca erano una cifra tutt’altro che simbolica. Ti danno da mangiare mentre lavori, mettono a disposizione i ponteggi e aggiungono una botte di vino. Una botte. Nel contratto. Forse nel Cinquecento avevano già capito qualcosa sul rapporto fra creatività e benefit aziendali.
Lavori tra il 1562 e il 1563 e alla fine consegni Le nozze di Cana. Il catalogo attuale del Louvre misura la tela in 6,77 metri d’altezza per 9,94 di larghezza. Più di sessantasette metri quadrati. È il quadro più grande del Louvre. Dentro ci metti il primo miracolo compiuto da Gesù nel Vangelo di Giovanni, l’acqua trasformata in vino, e decidi di rappresentarlo come se Cana di Galilea avesse improvvisamente ottenuto un finanziamento importante dalla Repubblica di Venezia. Il banchetto diventa una sesquipedale festa cinquecentesca. Colonne, balconi, servitori, brocche, piatti, stoffe, gioielli, animali, gente che parla, gente che versa, gente che guarda altrove. Cristo è esattamente al centro, eppure bisogna quasi cercarlo. Intorno gli succede tanto, troppo. Gli sposi, cioè le persone che teoricamente avrebbero organizzato la serata, sono stati spostati verso il lato della composizione. Pagano il pranzo ma qualcuno gli ruba la scena. Davanti a Gesù suonano alcuni musicisti; la tradizione identifica tra loro Tiziano, Tintoretto e lo stesso Veronese. Hai dipinto il miracolo di Cristo e ti sei infilato nella band. Difficile dire se sia autostima o semplicemente un buon modo per assicurarsi un posto al matrimonio.
Il quadro funziona. Anzi, funziona molto, e infatti le commissioni continuano. Veronese diventa uno dei grandi nomi della pittura veneziana e quando muore nel 1588 viene sepolto nella chiesa di San Sebastiano, a Venezia. A quel punto puoi anche pensare di averla sfangata. Hai avuto talento, fama, soldi, committenze importanti. Sei morto da artista affermato. Il problema è che la sfortuna ha un vantaggio sulla biografia: può continuare anche quando tu hai finito.
Nel 1797 le truppe francesi occupano Venezia, la Repubblica di San Marco cade e comincia una stagione di requisizioni e spoliazioni. Durante quella prima occupazione francese Le nozze di Cana vengono scelte come parte delle riparazioni di guerra. Non spariscono per errore e non vengono vendute: vengono prese. Il quadro era nato per quella stanza. Palladio aveva costruito il refettorio; Veronese aveva continuato quell’architettura dentro la pittura, facendo combaciare colonne, altezze, prospettive e luce fino a trasformare la parete in una specie di prosecuzione della sala. Via tutto. La tela viene portata in Francia e nel 1798 entra al Louvre. Nel 1815 Napoleone cade, molte opere prese in Italia vengono restituite e anche Venezia rivuole Le nozze di Cana. A Parigi fanno presente che il quadro è enorme, delicato e riportarlo indietro potrebbe essere pericoloso. Così rimane lì. In cambio arriva un dipinto di Charles Le Brun. È più o meno come se qualcuno ti rubasse la macchina, tu riuscissi finalmente a rintracciarlo diciotto anni dopo e lui spiegasse che ormai riportartela sarebbe un viaggio troppo lungo, però ha una Peugeot usata ma tenuta bene che potrebbe interessarti. Paolo, per fortuna, è morto da più di due secoli e può limitarsi a rivoltarsi nella tomba.

Il quadro continua. Nel 1870, guerra: lo spostano. Nel 1939, altra guerra: lo spostano ancora. Quella tela che nel 1815 era troppo fragile per tornare a Venezia scopre di avere una discreta disponibilità ai trasferimenti quando la situazione lo richiede. Poi arrivano gli anni Novanta e il Louvre decide di restaurarla. Nel giugno 1992, mentre il restauro è ormai agli sgoccioli, dell’acqua filtra da un impianto del museo e raggiunge una parte della tela. Due giorni dopo devono movimentarla. Il supporto cede. Le nozze di Cana cadono. Quasi dieci metri di quadro, a terra. La struttura perfora e lacera la tela in più punti; i restauratori intervengono e, per una fortuna che a questo punto assomiglia soprattutto alla restituzione di un debito, le ferite maggiori cadono nelle zone secondarie e risparmiano le figure principali. Se fossi Paolo Veronese, qui cominceresti ad avere qualche sospetto.
Nel 2007, però, succede qualcosa. La Fondazione Giorgio Cini commissiona a Factum Arte un facsimile a grandezza naturale. L’11 settembre 2007 il facsimile delle Nozze di Cana viene collocato nel refettorio di San Giorgio Maggiore, sulla sua parete, esattamente duecentodieci anni dopo l’asportazione dell’originale. È una copia, certo. Però torna al punto giusto. Senza cornice, l’architettura dipinta ricomincia a proseguire quella di Palladio.
L’originale, intanto, continua a Parigi. Manca qualcuno: Leonardo.
La Gioconda è dipinta su una tavola di pioppo: 79,4 centimetri per 53,4. Veronese: più di sessantasette metri quadrati. Leonardo: un’opera che, se la togli dalla teca, potresti quasi portare sotto braccio. Dal 2005 Lisa Gherardini viene esposta da sola, al centro, su una parete apposita e dentro una teca climatizzata. Di fronte a lei c’è Veronese. Faccia a faccia, come i pugili prima dell’incontro. Da una parte quasi dieci metri di tela, centotrenta persone, un miracolo, Cristo, Maria, un matrimonio, musicisti, pittori, servitori, animali, colonne, balconi, stoviglie, brocche, sete, vino e quattro secoli di disgrazie. Dall’altra Lisa. Che sorride anche poco. Se sorride. Ma questa è un’altra storia.
Indovina verso chi sono rivolti i telefoni. Il Louvre stesso, nella visita dedicata ai suoi capolavori, invita chi è in coda per vedere la Gioconda a ricordarsi del quadro che ha di fronte. La formula ufficiale è quasi tenera: mentre aspettate il vostro momento con Monna Lisa, assicuratevi di ammirare anche il dipinto di fronte. Tradotto: già che siete lì, giratevi. C’è giusto un quadruccio di quasi settanta metri quadrati. Così Le nozze di Cana, dopo Napoleone, due guerre, restauri, acqua e una caduta da infarto, si conquistano un altro primato difficilmente certificabile ma abbastanza evidente: essere uno dei capolavori che vedono più schiene al mondo. A volte immagino che, dopo la chiusura, i due parlino. «Paolo.» «Cosa.» «Anche oggi parecchia gente.» «Ho visto.» «Mi dispiace.» «Figurati.» «Uno mi ha guardata per undici secondi attraverso il telefono.» «Quello davanti a me si è appoggiato alla transenna per inquadrarti meglio.» «Se vuoi domani provo a sorridere un po’ meno.» «Lisa, lascia stare…» «Perché?» «Sono quattrocentosessant’anni che dipendo dalle scelte degli altri. Ormai ho una certa esperienza.» Poi magari Veronese guarda il vino che ha dipinto, ricorda la botte dei benedettini e pensa che almeno su una cosa quelli avevano visto lungo.
Quindi la prossima volta che il capo ti striglia, buchi una ruota, perdi il treno per trenta secondi, tuo figlio decide di avere trentanove di febbre il venerdì sera, la fidanzata ti lascia e il mignolo incontra nuovamente il comodino, fermati un secondo e pensa a Paolo Veronese. Poi considera una cosa. Almeno, quando la gente ti ignora, di solito non si mette in fila per ore per poi voltarti le spalle.
Fonti e riferimenti
- Musée du Louvre — scheda delle Nozze di Cana (sito esterno)
- Musée du Louvre — Sala degli Stati e storia del dipinto (sito esterno)
- Musée du Louvre — Le Nozze di Cana di fronte alla Gioconda (sito esterno)
- Web Gallery of Art — commissione e contratto (sito esterno)
- Fondazione Giorgio Cini — Il Miracolo di Cana (sito esterno)
- Musée du Louvre — scheda della Gioconda (sito esterno)
- Los Angeles Times — incidenti e restauro del 1992 (sito esterno)
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