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Di traverso Attualità

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Lavoro, messaggi fuori orario e quella strana sensazione di dover essere sempre disponibili.

Messaggi e telefonate fuori orario hanno reso il confine tra lavoro e tempo libero sempre più sottile. Ma quando rispondiamo, lo scegliamo davvero?

Qualche anno fa, se qualcuno voleva parlarti di lavoro alle nove di sera, doveva fare una cosa abbastanza impegnativa: telefonarti a casa. Il telefono squillava, magari rispondeva tua madre, tua moglie, tuo marito, tuo figlio, e a quel punto bisognava avere almeno un motivo importante. Non credo che nel 1996 un capoufficio chiamasse sul fisso alle 21:37 per dire «Domani ricordiamoci quella cosa, poi sistema quell’altra cosa e mandami quella mail», anche perché prima di arrivare a te rischiava di dover spiegare quella cosa a tua nonna, che è abbonata ad Amplifon da almeno vent’anni.

Oggi può scriverti su WhatsApp, mentre è in mutande sul divano a mangiare i tarallini pugliesi al gusto pomodoro secco. Due parole, una spunta grigia, poi, se gli va bene, due blu. Nessuno ha davvero telefonato a nessuno, e tecnicamente non è successo quasi niente.

Solo che tu, alle 21:37, mentre stavi mangiando, guardando un film, facendo sesso — se ti va bene — o scegliendo con grande attenzione quale documentario abbandonare dopo undici minuti su Netflix, sei tornato al lavoro. No, non dico fisicamente. Mentalmente. Ora sei lì, con la testa nel tuo ufficio. Forse non ci avevi mai pensato, ma adesso apri gli occhi e fallo.

La questione della reperibilità contemporanea mi interessa proprio per questo. Non parlo della reperibilità vera, quella prevista da un contratto, organizzata — ergo, normata — e normalmente compensata (e sul quanto compensata ci sarebbe un altro articolo da fare). Parlo di quella specie di reperibilità spontanea che abbiamo costruito pezzo per pezzo nel tempo e che adesso sembra quasi educazione obbligatoria. Essere raggiungibili. Sempre. Leggere, rispondere, possibilmente presto. A volte il prima possibile, perché da qualche parte c’è sempre quello che risponde prima di te, specialmente nei gruppi di lavoro. Ma anche questa è un’altra storia…

Sapere cosa succede anche quando non ci siamo, perché magari siamo in ferie. Il sabato dare un’occhiatina, la domenica risolvere una cosa piccola piccola, così lunedì siamo già avanti. Plurale maiestatis. Disdire un appuntamento perché è uscita un’urgenza che tre ore prima non esisteva e che con ogni probabilità mercoledì nessuno ricorderà più.

C’è sempre qualcuno che è sul pezzo. È diventato un complimento, una locuzione positiva, un blasone da sfoggiare. Essere fuori dal pezzo, invece, suona già come una colpa, un fallimento: è come stare fuori dai giochi, lontano dall’epicentro delle cose importanti, da ciò che conta davvero. Ed è qui che entra una specie di ricatto morale che mi fa abbastanza sbroccare, e la parola abbastanza è un eufemismo.

Quando essere disponibili diventa un obbligo

Abbiamo bisogno di lavorare per vivere e non tutti hanno il lavoro dei sogni. Lo stipendio serve per arrivare alla fine del mese, e anche per questo certe pressioni funzionano. Puoi avere un contratto che non ti rende particolarmente tranquillo, temere che un rifiuto pesi sul rinnovo o aver già visto come vengono trattati quelli che provano a mettere un limite.

Magari basta una chiamata persa perché il giorno dopo qualcuno ti chieda spiegazioni, ti faccia una battuta davanti agli altri o ti ricordi quanto sia importante essere disponibili. Alla chiamata successiva rispondi anche se stai cenando, perché vuoi risparmiarti quello che potrebbe arrivare dopo.

La pressione può funzionare anche senza un rimprovero. Se il collega risponde sempre, finisci per pensare che devi farlo anche tu, altrimenti sembrerai quello che se ne frega. Magari vorresti rimandare al giorno dopo, però sai che il problema ricadrebbe sugli altri e ti senti in colpa. Così, per dimostrare che sei affidabile o per non lasciare i colleghi nella merda, continui a rispondere anche quando avresti bisogno di staccare.

Ci sono anche le volte in cui rispondi volentieri, perché il lavoro ti piace, ti senti apprezzato e sai che, quando serve a te, trovi la stessa disponibilità. Il guaio comincia se quel favore diventa un precedente: ti sei fermato una sera per dare una mano e adesso sembra che tu debba esserci tutte le sere.

A quel punto puoi continuare ad amare il tuo lavoro e sentirti comunque obbligato a rispondere. È questo che mi interessa capire: quanto siamo liberi di dire «ne parliamo domani» senza temere che qualcuno ce la faccia pagare.

Eurofound ha provato a chiedere a dipendenti di Belgio, Francia, Italia e Spagna, in settori con molte mansioni svolgibili da remoto, perché rispondessero alle comunicazioni professionali fuori orario.

L’82% ha indicato il senso di responsabilità verso il proprio lavoro, il 75% il desiderio di restare aggiornato e un altro 75% la percezione che rispondere fosse atteso. Le motivazioni possono coesistere nella stessa persona.

Poi arrivano due numeri che spiegano abbastanza bene quel ricatto senza bisogno di chiamarlo così: il 61% temeva conseguenze negative se non avesse risposto e il 50% pensava che mostrarsi disponibile potesse favorire la propria carriera.

Molte volte nessuno ci ordina di rispondere. Sappiamo semplicemente che una persona affidabile risponde, che quello bravo «c’è», che tanto ci mettiamo un attimo.

E un attimo, preso da solo, non è niente. Il problema è che la vita è composta quasi esclusivamente da attimi, e quando passano non tornano più.

Il turno finisce. Il lavoro non sempre.

Per capire cosa significhi nella vita di tutti i giorni, ho raccolto alcune testimonianze di persone che lavorano (o hanno lavorato) in Italia, che riporto senza nomi.

Una commessa racconta che, durante un giorno di riposo, le è stato chiesto di rientrare per un paio d’ore, anche se secondo lei il negozio era già coperto. Ha detto di sì perché temeva che un rifiuto le sarebbe stato restituito alla prima richiesta: «Sempre perché avevo paura che se serviva a me qualcosa mi dicevano no».

Ricorda le chiamate quasi quotidiane e i messaggi del gruppo del lavoro già al mattino. Oggi dice di riuscire a staccare; allora il lavoro finiva soltanto quando andava a dormire.

Il dato curioso è che non stiamo necessariamente lavorando sempre più ore. Secondo Eurostat, nel 2025 la media era di 35,9 ore settimanali nell’Unione europea, contro 36,9 dieci anni prima; in Italia siamo a 36,1.

Il calcolo riguarda il lavoro principale degli occupati tra i 20 e i 64 anni e comprende sia tempo pieno sia part-time. Un’indagine INAPP del 2025, condotta su ventimila occupati italiani, arriva, con una metodologia diversa, a 38,7 ore settimanali e chiede anche quante se ne vorrebbero lavorare: 35,7. Tre in meno.

Quindi forse il punto non è soltanto quante ore risultano lavorate. È dove finisce il lavoro quando quelle ore finiscono.

Anche il fine settimana, in Italia, ha confini piuttosto elastici. Turismo, ristorazione, sanità, sicurezza, trasporti e una quantità di altri servizi esistono anche quando gli altri riposano, e sarebbe abbastanza singolare pretendere di andare al ristorante la domenica per protestare contro il lavoro domenicale con il cameriere che ci porta la carbonara.

Ci siamo abituati molto in fretta all’idea che la domenica alle sette di sera si possa comprare un avocado, un televisore o dodici rotoli di carta igienica. È comodo. Lo faccio anch’io. Sarebbe ipocrita fingere il contrario. La comodità, però, ha una caratteristica poco poetica: il tempo libero di qualcuno molto spesso ha bisogno del tempo di qualcun altro.

Della libertà si diceva che finisce quando inizia quella di qualcun altro.

Un’altra commessa descrive periodi in cui, se lavorava la mattina, veniva chiamata nel pomeriggio; se lavorava il pomeriggio, le telefonate arrivavano la mattina. Nei momenti più intensi, anche quattro o cinque al giorno, oltre ai messaggi.

A volte erano domande su cose che, secondo lei, i colleghi avrebbero potuto tranquillamente risolvere da soli. Il turno finiva, ma per sapere come fare qualcosa si continuava a chiamare lei. Nelle ultime settimane, aggiunge, le chiamate sono cessate.

Il telefono ha eliminato la distanza

Poi c’è il telefono, che ha compiuto un piccolo miracolo sindacale al contrario: ha eliminato il tragitto necessario per raggiungere un lavoratore.

Il nono Rapporto Censis-Eudaimon, pubblicato nel 2026, ha rilevato che ricevere email, messaggi o telefonate fuori dall’orario di lavoro mette ansia al 45,8% degli occupati. Il 43,9% dice di avere scelto di non rispondere; il 49,3% continua invece a farlo.

Tra i 18 e i 34 anni la quota di chi non risponde arriva al 57,7%, mentre tra chi ha almeno 50 anni scende al 33,7%. Non so se stiamo assistendo a una rivolta generazionale o semplicemente a persone più giovani che hanno deciso prima degli altri che, quando l’orario è finito, magari può essere finito davvero. Ma è un dato interessante.

Ombra di un ufficio invade lo spazio domestico attraverso uno smartphone illuminato
A volte basta che si illumini.

Il diritto di disconnettersi

La legge, almeno sulla carta, continua a immaginare che un confine esista. In Italia ci sono limiti all’orario e periodi obbligatori di riposo e, per il lavoro agile, esistono già disposizioni sulla disconnessione.

Una disciplina generale della disconnessione estesa a tutti i lavoratori, però, non c’è ancora. Al Senato il disegno di legge n. 1290, presentato nel 2024, propone almeno dodici ore di disconnessione dopo il turno; prevede inoltre che le comunicazioni urgenti fuori fascia siano motivate e che il lavoro conseguente venga considerato straordinario. Al 4 settembre 2026, l’esame parlamentare risulta non ancora iniziato.

Il Censis ha trovato anche qualcos’altro che forse dice più di molte discussioni sullo spirito di sacrificio: per l’88,2% degli occupati avere più tempo per sé stessi e per il proprio benessere dovrebbe essere un diritto.

Il 55,1% dei dipendenti dice che fare carriera non è una priorità nella propria vita e al 64,7% capita di perdere il senso del lavoro, vedendolo soltanto come fonte di reddito. Questi numeri aprono un discorso più grande, che riguarda il posto che abbiamo deciso di concedere al lavoro dentro una vita e che merita un articolo tutto suo.

Seneca apriva la prima lettera a Lucilio con vindica te tibi: rivendica il tuo diritto su te stesso. Poco dopo scriveva tempus tantum nostrum est, soltanto il tempo è nostro.

Duemila anni dopo facciamo ancora fatica a dire che, per quella sera, vorremmo vivercelo come vogliamo.

Sul rapporto tra lavoro e tempo libero ci torneremo, se vi interessa. Probabilmente anche se non vi interessa.

Scegliere di esserci è diverso dal dover esserci

Qui invece mi fermerei a una questione più semplice. Ci sono persone che preferiscono lavorare la sera, genitori per cui la flessibilità è indispensabile, autonomi che scelgono i propri orari e gente che ama davvero ciò che fa.

Una lavoratrice del marketing mi racconta che le capita di fermarsi più a lungo o di cambiare un programma per il lavoro, e che lo fa volentieri. Riceve messaggi fuori orario, ma si sente libera di rispondere oppure no.

Il suo lavoro viene riconosciuto, anche economicamente, e dall’altra parte trova disponibilità quando ne ha bisogno. Dice che non cambierebbe azienda soltanto per uno stipendio più alto: si trova bene con i colleghi e le piace quello che fa. Sapere che qualcuno apprezza il tuo lavoro può cambiare parecchio il modo in cui vivi un’ora in più.

Per un lavoratore del comparto sicurezza, essere disponibile significa sentirsi parte di un gruppo e aiutare colleghi che hanno bisogno. Quell’«in più», spiega, appartiene al suo modo di vivere la professione. Anche in questi racconti c’è un lavoro a cui si tiene, e che dà qualcosa oltre allo stipendio.

La domanda non è se alle 17:01 debba scattare un coprifuoco professionale. È chi decide quando sei disponibile.

Se scelgo io di lavorare alle dieci di sera perché alle tre del pomeriggio sono andato a farmi i cazzi miei, va benissimo, e ci mancherebbe pure. Se, invece, alle dieci guardo il telefono perché temo che domani qualcuno mi chieda come mai non ho risposto, penso proprio che la questione cambi aspetto notevolmente.

Quando il lavoro rimane acceso nella testa

Quella fretta di rispondere ha anche un nome: workplace telepressure, la preoccupazione e l’impulso a rispondere rapidamente ai messaggi di lavoro.

Le psicologhe Larissa Barber e Alecia Santuzzi l’hanno studiata in un articolo del 2015 intitolato Please respond ASAP. Hanno trovato un’associazione con una peggiore qualità del sonno e un maggiore esaurimento fisico e mentale.

Forse il lavoro oggi occupa più che un luogo e un orario, una parte della nostra mente. Quella che rimane in attesa perché potrebbe arrivare qualcosa. Quella che non ti fa mai godere il momento, e non ti fa stare tranquillo. Quella che, magari, ti fa sentire inadeguato.

Puoi essere al ristorante, al mare, a letto. Il telefono è lì.

A volte basta che si illumini.

Per questo stavolta non voglio chiudere con una risposta. Voglio censirla.

Quando finisce davvero la tua giornata di lavoro?

Vite in bozza apre il Censimento. Cinque domande, più una risposta libera facoltativa. Nessun nome e nessuna risposta giusta.

Solo una cosa che vorrei capire: quando diciamo di aver finito di lavorare, abbiamo finito davvero?

Fonti e riferimenti

  1. Eurofound (2023), Right to disconnect: Implementation and impact at company level (sito esterno)
  2. Eurostat, Average work week nearly 36 hours in the EU in 2025 (sito esterno)
  3. Eurostat, dataset lfsa_ewhan2: Italia, 2025 (sito esterno)
  4. INAPP, indagine 2025 su ventimila occupati (sito esterno)
  5. Censis, Meno lavoro, più vita – Nono Rapporto Censis-Eudaimon (sito esterno)
  6. Senato della Repubblica, Atto n. 1290 (sito esterno)
  7. D.lgs. 66/2003, organizzazione dell’orario di lavoro (sito esterno)
  8. Legge 81/2017, articolo 19, lavoro agile e disconnessione (sito esterno)
  9. D.l. 30/2021, articolo 2, comma 1-ter (sito esterno)
  10. Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, lettera I (sito esterno)
  11. Barber e Santuzzi (2015), Please respond ASAP (sito esterno)

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